Scritti e poesie di Piero Cattaneo

Accanto alla produzione scultorea Cattaneo ha sempre prediletto come strumento di comunicazione, anche intima e privata, la scrittura sia in forma epistolare sia in forma poetica. La scrittura è stata ricercata nella giovinezza quale forma d’arte, capace di accogliere i propri slanci vitalistici e gli incerti passaggi esistenziali, nella maturità, si è fatta strumento consapevole dell’affermazione delle proprie scelte etiche.

Un tuffo nella memoria

Un tuffo nella memoria, un tuffo in emozioni e sensazioni lontane, rivivere con naturalezza una trasposizione nel tempo, l’accumularsi di ricordi in un’esperienza unica per me, quasi struggente, dopo più di mezzo secolo: la mia storia che si plasma e si forma nelle vicende dell’immediato dopo guerra con la frequentazione dei corsi all’Accademia Carrara e con Achille Funi. All’amico Claudio Nani e alle sue sollecitazioni devo questo sussulto, un sussulto che mi riporta alla mia prima giovinezza, con le timidezze, i timori e le apprensioni che un giovane adolescente di allora si portava addosso. L’impatto con l’ambiente dell’Accademia che di colpo, o quasi, ci emancipava, era una situazione che completava le nostre emozioni giovanili, potrei dire anche su di un piano sessuale: i contatti meno generici con le amicizie, l’esplodere qua e là di amori con le compagne, uno sguardo sorprendente su quanto avveniva intorno a noi.

Ricordo l’imbarazzo che mi colse al primo impatto con l’aula del nudo: la modella Alba (tutta nuda!) accortasi del mio disagio, con un meraviglioso sorriso e ammiccando, mi indicò lei stessa il posto da cui avrei dovuto ritrarla. Era la scoperta di una dimensione diversa dal comportamento a cui ci preparava la famiglia. Gli amici mi chiedevano spesso se veramente le modelle erano nude, totalmente nude.

Noi allievi ci sentivamo speciali e si viveva in un momento speciale; autori e interpreti del nostro ruolo, liberi in un contesto che, grazie alla personalità e alla presenza carismatica e internazionale del nostro maestro Funi, si poteva respirare. Egli si concedeva con parsimonia, la pipa in bocca, il piccolo basco, di poche parole, spesso togliendoci il carboncino dalle mani, tracciava qualche segno correttivo sul disegno, lasciandoci liberi nell’interpretare i soggetti: era il suo modo per farci scoprire e manifestare le nostre qualità.

Si viveva in momenti difficili: la Commissaria dei nobili bergamaschi, che allora presiedeva la scuola dell’Accademia, non aveva soldi per il riscaldamento delle aule; un anno tutti gli allievi, per consentire il regolare svolgimento delle lezioni, dovettero portarsi da casa la legna necessaria per la stufa: chi arrivava con una borsa, altri con una valigia piena di legna, altri ancora, facendosi prestare l’accetta dal custode Angelo Crotti, andavano per ceppi nella vicina Val Verde, ritornando poi con dei sacchi pieni di legna.

Le modelle o i modelli, poco pagati, spesso mancavano ed allora diversi allievi facevano le loro veci, toccò anche al sottoscritto!: mi misi in posa cercando di arrotolare le mutande nel tentativo di esporre più nudo possibile e tenendo rigorosamente i calzini per via del freddo; quando entrò in aula il maestro, si soffermò tra gli allievi e accennò alle mie gambe che, a parer suo, sembravano quelle di certe opere di Donatello (figuriamoci come posso dimenticare questo fatto!).

La grande personalità del nostro maestro, la sua tranquilla autorevole presenza, rendeva la nostra giovane vita di aspiranti artisti lineare e, penso, di grande profitto; inoltre il suo atteggiamento quasi paterno maturava in noi una notevole sicurezza.

Le aule in quel periodo erano più calde al pomeriggio, dal momento che le stufe si accendevano solo a partire dal mattino e, finite le lezioni, ci si intratteneva con le compagne, qualcuno flirtava; un pomeriggio, inaspettatamente, entrò il maestro e ci trovò abbracciati, sboffonchiando subito si allontanò, dopo poco tempo arrivò il custode Angelo al quale il maestro aveva imposto di allontanare la paglia dal fuoco: tutta qui la sua reazione, ubbidimmo.

Noi allievi cercavamo di confrontarci, ognuno proponendo notizie e informazioni culturali, le più attuali e possibili, nascevano così grandi discussioni tra noi. Il mio apporto oltre che culturale fu anche sportivo!, portai due paia di guantoni da box e un pallone da calcio. In quella primavera si potevano vedere, nell’intervallo tra una seduta di posa e un’altra dei modelli, parecchi di noi pigliarsi a cazzottate o allestire piccoli tornei di calcio. Tutto scorreva sotto lo sguardo bonario del maestro che appariva ogni tanto dai vetri delle finestre del piano superiore e con fare paterno assisteva alla nostra gioia di vivere. È stato il periodo della mia giovinezza il cui ricordo mi è più caro.

Sono convinto che Funi considerasse la sua scuola, insieme alla sorella Margherita, la sua famiglia. Per la scuola per mantenerla, operò grandi affreschi con il concorso dei suoi allievi. Il primo di questi affreschi procurò due autocarri di carbone e qualche soldo per continuare decentemente i corsi. Si sapeva che questo suo impegno era pressoché gratuito, altra dimostrazione di affetto e disponibilità.

Il tuffo nella mia memoria potrebbe continuare ancor con molte altre rimembranze.

Venne il tempo, anticipato, in cui dovetti lasciare il mio maestro e l’Accademia. A quei tempi la giovinezza finiva presto, sommersa dalle impellenti necessità della vita e in me, oltretutto, urgeva prevalentemente la passione per la scultura. Ho conservato tuttavia presenti con grande evidenza i personaggi che mi attorniavano: da Daniele Marchetti, a Pino Pizzigoni, al modesto e caro Angelo Crotti, al dottor Pipia, agli amici allievi, che sempre meno incontro!, ma soprattutto e sopra tutti l’immagine del galantuomo e grande artista Achille Funi, il mio maestro.

Piero Cattaneo, 3 marzo 2001

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Achille Funi.
china

Il toro ferito

secca di polvere,
ansima la narice,
grande, sbuffa.

S’inarca,
più della luna,
la groppa irta,
intorpidisce il
tepore del sangue
che cola sulla rena.

Un rantolo,
solo un rantolo ora
il muggito che spaccava
il silenzio delle stelle
nella prateria.

Scuoti, brandendo
l’immense corna,
l’aria, il grande
occhio ruota,
mentre la mano fredda
ti schiaccia le corna al suolo
sempre più forte, sempre più forte,
finché resta immobile il dardo
delle tue immense pupille

Il cane

Sta fermo!
non abbaiare alla luna
ch’è spenta dai secoli.

Scorri, linfa delle grandi
ossa bianche,
preludio vivo alla notte di dopo.

Tu guardi e abbai
al gelo, alla luce di latte,
al freddo antenato
che ti fermenta dentro,
abbai, ti muove.

Oh! freddo, luna, luce che agghiacci il tempo
mescendo il passato,
Enorme incostante occhio di piovra
e tu abbai

Vestita di danza

Tersicore
Tersicore
felice t’allieta, e gli Dei,
la musica

muoviti
piglia calore
e l’anima
muoviti danza

eterna danza
vortice di forme
spira che avvolge
perfetta

Tersicore
Tersicore
il sangue vibra non giace